Tra una piazza che urla “morte al dittatore” e l’isolamento economico imposto da Washington, Teheran barcolla sotto il peso di un’inflazione al 48% e lo spettro dello “scenario Venezuela”.
“Ciò che sta arrivando è meglio di ciò che è andato”. (Proverbio persiano)
Il regime tra repressione e crisi di consenso
Oggi alle porte dell’Iran bussa Donald Trump, ma il regime degli ayatollah è ancora vivo e promette grande vendetta se il pugno americano si abbatterà su Ali Khamenei e compagni. Il regime non è andato e Trump non è (ancora) arrivato. Eppure il regime è in crisi: subisce l’erosione del proprio peso sulla scena mediorientale, viene preso a spallate da una piazza vivissima e potente, che urla Marg bar diktator, morte al dittatore, e così agita la clava della repressione più criminale, chiedendo alla polizia di sparare sulla folla.
Risultato: una carneficina. E “nessun regime può riprendersi completamente da un bagno di sangue”, sottolinea Eldar Mamedov, analista del Quincy Institute di Washington. È un regime allo sbando. All’orizzonte scorge il cosiddetto “scenario Venezuela”: un blitz militare targato USA di minima portata, in grado di neutralizzare i leader iraniani senza eliminarli fisicamente, a cui far seguire un pressing economico letale, nei fatti un killer silenzioso: niente boati di bombe, ma il soffio dello strangolamento, lento, inesorabile.
L’economia come arma di distruzione
Un regime che ha barcollato lo scorso giugno, sotto i colpi dei bombardamenti israeliani, ma senza finire nella polvere. Per demolire la dottrina khomeinista del velayat-e faqih, secondo cui la Guida Suprema controlla la scena politica e religiosa, e ridurre all’impotenza la dittatura teocratica, serve aggirare questo gigantesco campo minato di cecità ideologica e mirare ai fianchi. L’inflazione in Iran è al 48%, il rial è debolissimo, la sofferenza sociale è trasversale: le classi più povere sono in ginocchio, boccheggia quella media.
E la corruzione è il fentanyl dell’apparato pubblico. Secondo la Banca Mondiale, un terzo dei 92 milioni di iraniani vive in povertà. È il terreno più fertile per seminare la pressione finanziaria, strumento di cui gli americani sono maestri, l’ennesima arma mortale. Se fosse Netanyahu a decidere, Khamenei farebbe la fine di Hassan Nasrallah, venerato leader di Hezbollah, steso a Beirut, o di Yahya Sinwar e Ismail Haniyeh, storici capi di Hamas, eliminati rispettivamente a Gaza e Teheran.

L’isolamento e il sistema bancario ombra
Ma Trump la pensa diversamente. Il 12 gennaio ha imposto un nuovo dazio del 25% a tutti i Paesi che commerciano con l’Iran. Tanta roba. Secondo i dati più recenti della Banca Mondiale, l’Iran esporta prodotti verso 147 partner commerciali. E tra le economie che hanno maggiori relazioni con Teheran ci sono Cina, Russia, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Brasile.
L’obiettivo yankee è chiaro: l’isolamento economico del Paese e il conseguente collasso del regime. Gli Stati Uniti sanno bene ciò che spiega lucidamente Michael Doran dell’Hudson Institute: ”La Banca Centrale non controlla più la valuta estera dell’Iran. Le sanzioni hanno costretto il regime a fare affidamento su un sistema bancario ombra in cui la valuta estera è detenuta al di fuori dell’Iran, depositata in società fittizie e intermediari al di fuori della portata delle normali istituzioni statali. Il denaro esiste, ma non è disponibile per la stabilizzazione macroeconomica o il benessere pubblico”.
l popolo e la tempesta in arrivo
Morale: il popolo ha fame. Ha fame di pane e di democrazia. Mentre il regime, sazio di cibo e di orrore, minaccia. “Se semini vento raccoglierai tempesta” avverte il grande cartellone installato in piazza Enqelab, nel centro di Teheran, dalle autorità iraniane. Sullo sfondo l’immagine di una portaerei sotto attacco, con le strisce della bandiera americana dipinte col sangue.
Ma il messaggio di quel cartellone avrebbero potuto scriverlo anche i manifestanti in rivolta dal 28 dicembre, con il sangue dei loro concittadini uccisi dalla ferocia del regime, rivolgendosi agli ayatollah: chi semina vento raccoglie tempesta. Insomma, il boomerang perfetto. E quando arriverà saranno in molti a doversi abbassare.